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La paghetta: giusta o sbagliata?

L'importanza di abituare i nostri bambini a gestire una piccola somma di denaro.

30 giugno 2017

di Silvia Sacchetti

Alla paghetta bisognerebbe cambiare nome perché, in realtà, non è una “piccola paga”. La paga, infatti, è un compenso in denaro che si dà o si riceve periodicamente come retribuzione per aver svolto un lavoro. In Gran Bretagna, Francia, Spagna e Germania, quella che noi chiamiamo “paghetta” si chiama più o meno “denaro tascabile”. Una piccola somma di denaro prontamente utilizzabile. Più appropriato.

 

Ne ho bisogno o lo desidero?

Prontamente utilizzabile, dicevo. Ma per cosa? Io sono partita da qui quando ho affrontato l’argomento con i miei ragazzi. Non dalla somma, non dal “quanto” di cui parlerò più avanti, ma dal “come”, dal corretto senso da attribuire a una possibilità nuova. La paghetta, a mio avviso, non deve servire per i bisogni e le necessità, ma per i desideri. Alle necessità pensano, o dovrebbero pensare, i genitori. Ai desideri, utilizzando con consapevolezza la paghetta settimanale o mensile, possono pensare loro stessi.

 

Spendo o risparmio?

La paghetta è educativa o diseducativa a seconda delle basi che si pongono quando assieme ai figli si apre il discorso la prima volta. Le caramelle all’uscita della scuola, il gioco all’edicola, le figurine: ai miei figli ho sempre spiegato che non si può avere tutto. E che per raggiungere alcuni obiettivi occorre un po’ di tempo, di impegno e di pazienza. Magari rinunciando ai piccoli desideri quotidiani per realizzarne uno più grande: è il concetto alla base del risparmio. Quello che porta ad accumulare una parte di denaro ricevuto per fare una settimana in più al campo estivo con gli amici. Lo scorso anno avevano un obiettivo in comune (chi ha figli vicini di età tendenti allo scontro può capire la preziosità di un obiettivo da condividere!). Volevano un tavolo da ping-pong. Hanno accumulato, contato, risparmiato, ricontato, ragionato. Hanno messo da parte la cifra necessaria al grande acquisto e poi… hanno cambiato idea. I soldi sono ancora lì. Hanno imparato che “tutto e subito” a volte è solo impulso e che risparmiare oggi per spendere meglio domani ha un senso reale e concreto.

La cadenza della paghetta è una scelta. E come tutte le scelte va valutata.

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Ogni settimana o una volta al mese?

La cadenza della paghetta è una scelta. E come tutte e scelte va valutata. Io l’ho anche condivisa. Ho spiegato loro i motivi per cui preferisco che abbiano il loro budget settimanale da gestire piuttosto che quello mensile. È una scelta e ogni scelta è legittima. Vi spiego perché io ho scelto la cadenza settimanale. Innanzitutto, banale ma non troppo, riesco io per prima a rendermi meglio conto di che cosa fanno del denaro che viene loro affidato. Al termine della settimana controllo se e cosa è rimasto e chiedo loro di condividere la scelta delle spese che hanno fatto. A titolo puramente informativo, senza sindacare le singole spese. Il secondo “perché” riguarda, invece, loro. Avendo da gestire 7 giorni e non 30, credo sia più semplice organizzare il budget e suddividerlo tra sfizi e obiettivi, qualora abbiano intenzione di risparmiare a fronte di una spesa più consistente.

 

Se sparecchio mi dai i soldi?

Anche queste sono scelte. C’è chi sostiene che la paghetta vada guadagnata e dunque trasformata davvero in “piccola paga”. Noi abbiamo scelto di non “barattare” la collaborazione domestica con la paghetta. La casa non è della mamma, né del papà: è di tutti, e tutti devono collaborare per far sì che la convivenza diventi piacevole. Quindi si sparecchia, si sistema il letto e si porta a spasso il cane a prescindere. Ancora meno educativo ci sembrava distribuire soldi a fronte di un buon rendimento scolastico. Forse un po’ tutti ci trasciniamo le impronte educative familiari. O selezioniamo le impronte che valutiamo esserci servite maggiormente per crescere consapevoli. I miei genitori non mi hanno mai dato soldi per un buon voto, né per aver sparecchiato, e credo sia stata una buona scelta.

 

Ho speso troppo?

La paghetta può essere educativa anche per i genitori: educare significa “tirare fuori”. Cosa? La vostra attenzione, per esempio. La modalità in cui gestiscono il loro budget può diventare un interessante punto di osservazione. Se i ragazzi spendono troppo, velocemente e male, può essere che dobbiate prestare più attenzione a ciò che hanno attorno o a come si sentono. Una gestione poco consona del loro denaro può essere un campanello d’allarme ma anche, semplicemente, una lente diversa attraverso cui osservarli e mettere a fuoco alcuni comportamenti.

 

Quanto mi dai?

Veniamo alla domanda delle domande. Quanto è opportuno dare come paghetta? Ovviamente dipende dall’età dei figli. Premettendo che fino a 10 anni noi non abbiamo reputato opportuno dare nulla, credo che le età vadano divise in due fasce. Dagli 11 ai 14 anni 5 euro a settimana, a mio modo di vedere, sono più che sufficienti. Dai 14 ai 16 anni le esigenze e gli spostamenti aumentano, per cui forse sarà necessario qualcosa in più. È questa l’età in cui la paghetta può essere versata su una carta prepagata, in modo che i ragazzi si abituino all’uso delle carte e dei bancomat, che serviranno loro quando saranno più grandi. Ovviamente la disponibilità complessiva familiare ha un peso ed è bene che i ragazzi lo capiscano: i paragoni con i compagni sono inutili e privi di senso. Così come è bene che capiscano che avere una disponibilità settimanale o mensile di denaro da gestire non è un diritto e tantomeno è irrevocabile.

Dai 14 ai 16 anni la paghetta può essere versata su una carta prepagata, in modo che i ragazzi si abituino all’uso delle carte e dei bancomat.

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Silvia Sacchetti