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Come si diventa ricchi? Come si diventa poveri?

Le opinioni dei bambini sulla mobilità sociale

11 ottobre 2018

di Emanuela Rinaldi

Ottobre 2018 in Italia è il mese dell’educazione finanziaria, che prevede iniziative, seminari, conferenze, dedicati ad aumentare l’interesse e le conoscenze in ambito finanziario di diversi gruppi della popolazione, sostenendo soprattutto quella che si chiama “financial literacy” dei bambini e dei ragazzi. Abbiamo già scritto dell’importanza di avere un capitale culturale, economico e sociale ben distribuito per avere un buon livello di felicità. In questo articolo parleremo di come tali risorse possano essere utilizzate per diventare ricchi o poveri secondo i più piccoli. I dati sono tratti dalla ricerca I bambini e gli usi sociali del denaro, svolta su un gruppo di circa 1200 alunni delle scuole primarie.

 

Come si diventa ricchi secondo i bambini?

Per quanto riguarda la mobilità socio-economica ascendente (diventare ricchi), la risposta su cui quasi tutti i bambini intervistati concordano è “lavorando molto” (85%), in linea con una visione meritocratica che assegna all’impegno e al lavoro un peso fondamentale. Tale voce è seguita dal risparmio (68%), a conferma di come una delle caratteristiche principali della cultura finanziaria italiana – ovvero la valorizzazione del risparmio – sia ben presente anche nelle generazioni più giovani. Interessante anche lo “sposare una persona ricca” (vero per il 55% dei bambini, falso per il 35%, mentre il 10% non sa cosa rispondere), o “nascendo in una famiglia ricca o ricevendo un’eredità” (vero 54%, falso 25%). Quest’ultima risposta raccoglie anche il numero più alto di “non so” (21%), spia probabilmente del fatto che i bambini non abbiano mai riflettuto con attenzione sul ruolo della nascita in una famiglia di status finanziario alto. D’altro canto, i bambini italiani sembrano consapevoli che il capitale sociale (le relazioni: con il marito o la moglie, con la famiglia di origine), possa essere un fattore importante per determinare l’ascesa finanziaria di un individuo.

Un dato preoccupante è legato all’istruzione: “studiare a lungo” è un fattore che consente di diventare ricchi solo per il 51% dei bambini, di poco superiore al vincere alla lotteria (46%). Sembra quindi che solo la metà di loro associ la mobilità finanziaria ascendente con il rendimento scolastico e, più in generale, con lo studio e l’impegno a scuola. E questo, nonostante alcuni genitori premino le buone performance scolastiche anche con soldi. Il dato, che merita ulteriori approfondimenti, potrebbe essere legato anche al fatto che difficilmente i bambini vengono esposti a notizie, film, narrazioni in cui lo studiare tanto è associato al diventare molto ricchi. Doti associate con l’acquisire tanto denaro sono semmai l’intelligenza, il coraggio, l’avventura alla ricerca di un tesoro, il fare un lavoro nel mondo dello sport e dello spettacolo. Peraltro, notizie che suonano come “la fuga dei cervelli dall’Italia”, “i giovani laureati in Italia non trovano lavoro” potrebbero essere ulteriori elementi con cui i più piccoli definiscono una rappresentazione del rapporto tra denaro e titolo di studio complessa e non lineare.

La vincita della lotteria, come segnalato anche da altre indagini sui minori e i giochi di azzardo (Eurispes 2012),è diventata più familiare nelle rappresentazioni collettive dei bambini: si pensi agli spot televisivi con noti personaggi del calcio molto amati, come Francesco Totti; alla cartellonistica nelle strade, ai pop-up pubblicitari che compaiono su smartphone e tablet relativi al “vincere facile”. “Rubare” non è invece rappresentato come una modalità plausibile per diventare ricchi, probabilmente perché non ritenuto socialmente legittimo, anche se il 10% del campione ritiene possibile diventare ricchi attraverso il furto. Non abbiamo indicazioni nell’indagine che motivino tali risposte, ma è possibile ipotizzare che alcuni videogiochi, insieme alle informazioni che i bambini sentono dalla tv o dai film o nelle serie tv o nelle fiabe stesse, possano contribuire a costruire le diverse rappresentazioni sui meccanismi utili a diventare ricchi.

Doti associate con l’acquisire tanto denaro sono l’intelligenza, il coraggio, l’avventura alla ricerca di un tesoro, il fare un lavoro nel mondo dello sport e dello spettacolo.

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Come si diventa poveri?

La povertà è un concetto di comprensione più difficile per i bambini, vuoi perché meno rappresentato a livello mediatico e di discorsi genitoriali, vuoi perché viene definita da processi o eventi multi-fattoriali più complessi. Dalla nostra indagine, si nota come i fattori più legati a questa condizione sono “il lavoro”, come attività che il singolo individuo non svolge abbastanza; il risparmiare poco e sprecare i soldi (73%); o cause esterne come il licenziamento o il furto in casa (51%). Anche i cosiddetti “fattori ascritti” assumono una certa rilevanza (nascendo dalla famiglia povera, 62%) che cresce con il crescere dell’età, a conferma della maggiore sensibilità “sociologica” dei più grandi.

Interessante notare poi che il 58% indica come vera la possibilità di diventare poveri “perdendo tanti soldi giocando alla lotteria e alle macchinette”, segno di una certa consapevolezza dei problemi generati dal gioco d’azzardo. Una percentuale significativa (46%) ritiene che studiando poco si possa diventare poveri, segnale (in controtendenza rispetto alla tabella 1), di una certa importanza assegnata al capitale culturale (l’istruzione) come elemento di protezione rispetto a condizioni di deprivazione.

Rispetto alle differenze di genere statisticamente significative, si nota che percentualmente più maschi che femmine (77% vs 68%) considerano il licenziamento come causa possibile della povertà, e ciò appare più diffuso crescendo (classi terze 62%, quarte 72%, quinte 83%). Anche il lavorare poco, risparmiare poco o sprecare soldi, studiare poco o giocare alla lotteria sono considerati causa di povertà da una percentuale più alta di maschi (tab. 3).

In merito alle opinioni sul licenziamento, si può ipotizzare che alcune bambine aderiscano ancora a un modello piuttosto tradizionale della suddivisione dei ruoli, dove il compito di sostentamento economico della famiglia ricade soprattutto sulle spalle dell’uomo o della famiglia di origine, motivo per cui si sentono meno esposte al rischio di povertà di fronte alla perdita di lavoro. Rappresentazioni di questo tipo, interiorizzate durante l’infanzia, potrebbero influenzare la creazione di aspettative positive verso il futuro che non sempre (né facilmente) verranno realizzate, specialmente in una società come quella italiana in cui la prevedibilità dei percorsi biografici (es: il matrimonio, la convivenza, la stabilità lavorativa) è messa seriamente in discussione da numerosi fattori di rischio e incertezza e il gender gap – a livello di occupazione e di retribuzione – è ancora molto forte in diversi settori del mercato del lavoro.

 

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Percentualmente più maschi che femmine considerano il licenziamento come causa possibile della povertà, e ciò appare più diffuso crescendo.

Emanuela Rinaldi