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Dall’economia classica all’economia comportamentale

Cos’è la Teoria del Prospetto e come ci aiuta a comprendere il comportamento umano

19 luglio 2018

di Duccio Martelli

L’economia cosiddetta tradizionale (o classica) che per lo meno alcuni di noi – per esperienza professionale o infarinatura scolastico-universitaria – conoscono, oggi forse non esiste più. Essa è infatti basata su ipotesi del tutto irrealistiche; in particolare, sul fatto che gli individui siano razionali, ossia conoscano tutti i possibili scenari futuri, con i rispettivi risultati e le rispettive probabilità di accadimento, e che basino le loro scelte solo su parametri di tipo monetario.

Con l’assegnazione del premio Nobel per l’economia a Richard Thaler, a ottobre 2017, si è avuta la definitiva consacrazione di una economia nuova, più vicina al mondo reale. Per capire cosa è successo nel corso degli ultimi trent’anni, in particolare dall’inizio degli anni Duemila a oggi, e in quale orizzonte di pensiero economico vivranno i nostri figli, proviamo a rispondere a due semplici domande; per entrambe, occorre solamente identificare la risposta che preferiamo.

 

Domanda 1. Quale delle alternative a) o b) preferite?

a. Ricevere 4.000 euro con una probabilità dell’80%

b. Ricevere 3.000 euro con certezza

 

Domanda 2. Quale delle alternative c) o d) preferite?

c. Perdere 500 euro con certezza

d. Perdere 1.500 euro con una probabilità del 50%

 

Avete fatto la vostra scelta? Sebbene possa sembrare strano, non esistono risposte più corrette delle altre; tutte e quattro le alternative presentate, infatti, possono essere ritenute giuste a certe condizioni. Secondo l’economia classica, i soggetti razionali optano per l’alternativa che fra le due offre la più alta remunerazione o la perdita più contenuta. In particolare, nell’esempio appena fatto, alla Domanda 1 un individuo razionale preferisce l’alternativa a), in quanto mediamente il soggetto riceverà da questa opzione 3.200 euro (4.000 euro nell’80% dei casi, niente nel restante 20% degli scenari), contro i soli 3.000 euro offerti dall’alternativa b). Alla domanda 2, invece, l’individuo razionale opta per l’alternativa c), in quanto la perdita risulta più contenuta: 500 euro, contro una perdita media dell’opzione d) pari a 750 euro (1.500 euro nel 50% dei casi e nessuna perdita nel restante 50% delle probabilità).

Tuttavia sono certo che nella maggior parte dei casi le nostre preferenze non corrispondono a quelle dell’homo oeconomicus – l’uomo economico in senso astratto, le cui principali caratteristiche sono la razionalità e la cura dei propri interessi. In particolare, numerosi studi suggeriscono che oltre il 60% degli intervistati tende a preferire l’alternativa b) nella prima domanda e l’opzione d) nella seconda. Nello specifico, se posti di fronte a una prospettiva di guadagno, le persone tendono a dare maggior peso agli eventi certi rispetto a quelli meramente probabili (è il cosidetto effetto certezza): infatti preferiscono di solito non correre rischi, ma accontentarsi dell’alternativa sicura, sebbene meno remunerativa. In sintesi, vale il detto “pochi, maledetti e subito”.

Nella realtà, quindi, gli individui sono soliti comportarsi in maniera differente, se devono confrontare due o più alternative che riguardano vincite o perdite potenziali: generalmente sono avversi al rischio di fronte a scelte che riguardano guadagni potenziali, mentre sono amanti del rischio se le alternative presenti implicano possibili perdite. In molti di noi, per non dire in tutti, si nascondono quindi due anime che, come Dr Jekyll e Mr Hyde, escono fuori una alla volta a seconda della scelta da prendere.

I primi studiosi a dimostrare tale comportamento furono Daniel Kahneman e Amos Tversky, due psicologi israeliani che nel 1979 dettero vita della cosiddetta Teoria del Prospetto, per la quale ricevettero il premio Nobel per l’economia del 2002 (vedi figura).

Con l’assegnazione del premio Nobel per l’economia a Richard Thaler, a ottobre 2017, si è avuta la definitiva consacrazione di una economia nuova, più vicina al mondo reale.

La funzione rappresentata dalla figura qui sopra, come si vede, non ha un andamento lineare, ma è concava nella regione dei guadagni e convessa nell’area delle perdite. Cosa significa? Esattamente quello che abbiamo detto prima, cioè che l’atteggiamento verso il rischio di possibili vincite o perdite è differente. La forma particolare della curva e il modo in cui è costruita permettono inoltre di sintetizzare altre peculiarità del comportamento dell’essere umano. Anzitutto, è possibile notare come l’origine non sia sullo zero (che corrisponde al valore nullo della ricchezza), bensì su un valore variabile da soggetto a soggetto, detto “punto di riferimento”. Tale punto indica solitamente la ricchezza attuale dell’individuo: vincite (o perdite) di pari entità hanno infatti un impatto più marcato sulle persone che partono da una ricchezza iniziale contenuta. Per farsi un’idea, basti pensare all’importanza che la vincita alla lotteria potrebbe avere per una persona che è già multimilionaria, rispetto a una che invece non lo è. Ciò che impatta quindi sul valore del soggetto (in altre parole sulla sua felicità), non è tanto un aumento o una riduzione della ricchezza in termini assoluti, quanto la variazione della ricchezza rispetto al suo livello iniziale. Questo aspetto non viene invece considerato nell’economia classica, che ipotizza un aumento o una riduzione della felicità identica in tutti i soggetti, indipendente dal loro livello iniziale di ricchezza.

Un’altra caratteristica che deriva dalla forma a S della curva riguarda il fatto che la felicità di una persona cresce se la sua ricchezza aumenta, ma tale crescita non è lineare: mano a mano che la ricchezza raggiunge importi particolarmente elevati, molto distanti dal punto di partenza, la felicità non aumenta in maniera costante, ma tende a crescere in maniera molto meno che proporzionale. Ipotizziamo di diventare milionari (se non lo siamo già): a pensarci bene l’incremento della nostra felicità sarebbe più forte nella fase iniziale (quando ad esempio raggiungiamo i primi milioni e possiamo permetterci di andare in vacanza nei luoghi che abbiamo sempre sognato), mentre non aumenterebbe così tanto con il continuo aumentare della ricchezza e quindi con i successivi milioni (tornando al nostro esempio, essere infatti perennemente in vacanza nei nostri luoghi da sogno non ce li farebbe più apprezzare come un tempo). Lo stesso vale ovviamente anche sul fronte delle perdite, dove la tristezza per variazioni negative della ricchezza tende a crescere in maniera meno che proporzionale rispetto all’aumentare delle perdite.

L’ultima proprietà della funzione fa riferimento ai differenti impatti che una variazione di ricchezza ha sulla felicità per il singolo, a seconda che questa sia positiva o negativa. Vediamo i seguenti due esempi: camminando per tornare a casa, troviamo 100 euro per strada. Qual è la nostra felicità da 1 a 10? Molto probabilmente sarà sopra al 6 – anche se questo, come abbiamo visto, dipende dal nostro punto di riferimento, come ad esempio la nostra ricchezza attuale. Adesso pensiamo a un’altra situazione: siamo alla cassa di un negozio, stiamo per pagare, ma mettendoci le mani in tasca ci accorgiamo di aver perso i 100 euro, che avevamo prelevato dal bancomat poco prima. Quale è nostra tristezza da 1 a 10? Per molti non si parla solo di tristezza, ma di una vera e propria rabbia! Sempre Kahneman e Tversky hanno infatti dimostrato come il sentimento negativo per la perdita di una somma di denaro sia due volte e mezzo più forte della sensazione di piacere provata per la vincita della stessa somma. Ecco perché la funzione di valore (la curva nella figura) è più ripida nel dominio delle perdite, rispetto al dominio dei guadagni.

Quanto dimostrato dalla Teoria del Prospetto implica dunque che l’economia classica non sia più utile, in quanto sostituita dall’economia comportamentale? Direi di no; anzi, le teorie su cui si basano i due approcci sono in parte complementari: mentre l’economia classica descrive come gli individui dovrebbero comportarsi in teoria per giungere a decisioni ottimali, l’economia comportamentale descrive invece come gli individui si comportano nella realtà, dove le scelte vengono prese in condizioni di rischio o incertezza, e dove le emozioni giocano spesso un ruolo determinante nel preferire un’alternativa rispetto alle altre.

 

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Mano a mano che la ricchezza raggiunge importi particolarmente elevati, molto distanti dal punto di partenza, la felicità non aumenta in maniera costante.

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Duccio Martelli