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Educazione digitale

Genitori e figli nell’era dell’iperconnessione: usi, rischi e potenzialità della tecnologia

13 dicembre 2018

di Redazione

Spesso la distanza tra due generazioni si riflette nel rapporto genitori-figli: il quadro socio-culturale di riferimento cambia e, con esso, si manifestano nuovi bisogni e aspettative. Capita, quindi, che madri e padri guardino spiazzati i propri figli, e l’impressione è di parlare due lingue diverse, di non riuscire a comunicare compiutamente.

Oggi questa affermazione è resa particolarmente vera da un gap tecnologico, che vede i figli nati e cresciuti nell’interazione – abituale e costante – con il web, mentre i genitori, “immigrati digitali”, hanno dovuto adattarsi da adulti alle nuove tecnologie. Genitori cresciuti con il telefono fisso e la tv a tubo catodico, i cui figli già in età prescolare navigano in Internet, e nel 33% dei casi hanno ricevuto il primo cellulare tra i 7 e i 10 anni (dati EURISPES). Almeno il 95% degli adolescenti italiani tra i 13 e i 18 anni possiede un profilo su un social network e ne gestisce una media di due o tre insieme, senza menzionare l’onnipresente WhatsApp, canale di comunicazione sempre aperto verso i contatti più stretti. Sono i ragazzi e le ragazze gli attori di un’arena sociale (e social) fatta di InstantStories, like e repost che molti adulti faticano a mettere a fuoco.

Questa sensazione di estraneità rispetto al contesto tecnologico può, purtroppo, tradursi nella mancanza di comprensione del fenomeno della “rivoluzione digitale”: una reazione che risulta problematica su più fronti. Il variegato mondo della rete è il contenitore di siti, app, strumenti diversi, a cui converrebbe guardare focalizzando le peculiarità di ognuno. Solo con pazienza e curiosità si possono accompagnare i propri figli nell’uso dei mezzi, limitando le possibilità dell’abuso e, al tempo stesso, evitando di imporre divieti a priori, solitamente poco efficaci.

 

Uso e abuso di Internet e social network: saper riconoscere le patologie digitali

Hanno spesso lo smartphone in mano, di frequente anche durante i pasti in famiglia, e a volte lo preferiscono alle uscite con gli amici. È un’esperienza che molti genitori vivono abitualmente, spesso senza distinguere in merito alla quantità e la qualità dell’uso della tecnologia fatto dai propri figli. Ma quali sono i limiti tra uso normale e patologico dei vari device?

Un errore molto comune è quello di confondere il numero di ore trascorse a giocare o chattare con la vera e propria dipendenza dalla tecnologia, che ha sintomi specifici e un nome: nomofobia, la sindrome da disconnessione. Mancanza di respiro, vertigini, sudorazione, battito cardiaco accelerato rientrano tra i sintomi provati da chi ha una paura sproporzionata di rimanere senza rete o connessione dati. Una patologia vera e propria che, fortunatamente, non interessa troppi ragazzi e ragazze in Italia: per le fasce più giovani della popolazione il tempo dedicato alla navigazione è prossimo alle due ore (117 minuti) mediamente al giorno (fonte AGCOM), mentre solo per il 3,7% dei casi si può legittimamente parlare di dipendenza patologica dalle nuove tecnologie. Sono infatti 300mila ragazzi, tra i 12 e i 25 anni, a essere considerati dipendenti dalla “vita online” al momento in Italia.

 

I rischi dietro l’angolo

Cyberbullismo, sexting, ludopatia, sono alcuni comportamenti rischiosi in cui i ragazzi possono incorrere, e che si rivolgono perlopiù a pari e coetanei.

Oltre a questi comportamenti, una buona “educazione tecnologica” nei confronti del proprio figlio prevede che si faccia attenzione anche all’influenza e le interazioni di altri utenti. Internet è il posto in cui le connessioni sono potenzialmente infinite, nel bene e nel male. Da chi tenta l’adescamento online fino a episodi di furto di dati personali, non sono poche le esperienze difficili in cui un ragazzo si può imbattere.

Una buona “educazione tecnologica” nei confronti del proprio figlio prevede che si faccia attenzione anche all’influenza e le interazioni di altri utenti

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La forza della comunicazione e della parola

La mancanza di un dialogo trasparente tra genitori e figli e di un’adeguata educazione all’uso della tecnologia sono spesso le condizioni che favoriscono la nascita di tali fenomeni. Sono situazioni recuperabili, in cui il confronto e l’ascolto rappresentano i rimedi più efficaci. Ci sono diversi step da seguire se si vuole raggiungere l’obiettivo della reciproca comprensione:

  • Informarsi su quali siti, social e app i ragazzi passano più tempo, comprendere le specificità e le finalità degli stessi e l’uso che ne fanno i vostri figli.
  • Individuare un “equilibrio digitale” ed evitare la punizione del divieto. Si possono discutere assieme le linee guida per l’uso dei vari device, senza doverne impedire l’uso.
  • Fare proposte concrete e positive su come impiegare il tempo offline, così che non si crei l’equazione tempo disconnesso = compiti o punizione.
  • Utilizzare il web come una risorsa. Ad esempio cercando, assieme, gli strumenti online per facilitare, approfondire e informarsi in merito ad attività e passioni da coltivare offline.
  • Dare il buon esempio: se un ragazzo vedrà uno o entrambi i genitori usare esageratamente il proprio smartphone, si sentirà legittimato a non dare un limite al tempo passato online.

La tecnologia rappresenta una parte importante dello scenario contemporaneo e da questa “rivoluzione digitale” non si torna indietro. Solo partendo da una tale consapevolezza si potrà avere la serenità di ammettere che essa porta con sé anche vantaggi e benefici, sia ai ragazzi che ai genitori.

 

Nessuna nostalgia dei bei tempi andati: vedere i pregi della connettività

All’accesso a internet si accompagnano innumerevoli opportunità di formazione e crescita personale. L’accessibilità alla cultura e alle informazioni – semplice, economica e diretta – permette di imparare in modo continuativo, “leggero” e democratico: i ragazzi di oggi hanno un’opportunità unica di apprendimento, come mai nessuna generazione prima. In questo senso, internet può essere anche una buona palestra di educazione civica, dando la possibilità di confrontarsi con modelli e culture differenti da quelli di provenienza. Una conoscenza certo mediata, ma utile anche a offrire dei punti di partenza e spunti di approfondimento nei confronti di una realtà che si fa sempre più complessa, variegata e ricca nella convivenza di costumi e storie differenti.

Espressioni di una “filosofia digitale” che ancora può e vuole tendere alla condivisione e alla diffusione della conoscenza sono l’open content e il Creative Commons. Paradigmi alternativi al diritto d’autore che, attraverso licenze libere di diversa entità e costruzione, consentono la scoperta di contenuti digitali, creativi e testuali che possono risultare stimolanti nutrendo una sana curiosità.

Da menzionare anche i mooc (massive open online course): corsi aperti e pensati per una formazione a distanza che coinvolga un numero elevato di utenti, provenienti da diverse aree geografiche, che possono accedere gratuitamente ai contenuti. Al momento esistono diverse piattaforme, sia universitarie che di enti privati, che propongono un incredibile numero di corsi.

In conclusione, non ci sono motivi sufficienti perché Internet e i social debbano fare solo paura: i giovani possono ricavarne conoscenze e contenuti di qualità, se e quando vengono accompagnati dall’interesse e dalla disponibilità dei propri genitori.

 

 

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Non ci sono motivi sufficienti perché Internet e i social debbano fare solo paura

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