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Gli studi del futuro

Cosa offrirà il mondo di domani e come aiutare i nostri figli ad arrivarci preparati

04 ottobre 2018

di Redazione

Da che mondo è mondo i genitori si preoccupano per il futuro dei propri figli e, prima o poi, arriva per tutti il momento di aiutare i ragazzi indirizzandoli in scelte tanto importanti quanto difficili: quali studi intraprendere? Quale professione scegliere?

Dopo la crisi economica che ha investito molti Paesi nel 2008 causando un’ondata di disoccupazione, la domanda che oggi spesso ci si pone per le nuove generazioni è: quali sono le lauree utili per trovare lavoro?

Il dubbio nasce spontaneo se si considerano anche gli importanti cambiamenti che hanno rivoluzionato il mondo del lavoro e aperto la strada a carriere che, fino a qualche decennio fa, erano impensabili: lo sviluppo tecnologico e la nascita dei socialnetwork hanno fatto fiorire posizioni come quelle del social media manager o del data scientist, mentre tra i giovanissimi impazza il sogno di diventare talmente “virali” sui canali digitali da potersi guadagnare da vivere facendo l’“Influencer” o lo “YouTuber”.

Ma siamo proprio sicuri che nel mondo di domani non ci sarà più spazio per le figure professionali a cui siamo abituati?

 

Le lauree più richieste in futuro

Secondo le previsioni realizzate dal sistema Excelsior di Unioncamere insieme ad Anpal, da qui a 5 anni ci saranno 2,5 milioni di posti di lavoro, di cui 2 milioni frutto del turn over. Dal report emerge che il «tasso di fabbisogno» più alto nel quinquennio 2018-2022 riguarda laureati in statistica, ingegneria, economia, medicina e chimica farmaceutica. In particolare, sarebbero 151mila i laureati dell’area economico-statistica richiesti entro il 2022, 142mila i laureati dell’area ingegneria-architettura e 137mila quelli che conseguono il titolo in ambito medico-sanitario. Complice il turn over elevato previsto nelle scuole, tra i laureati richiesti nel prossimo quinquennio vi sarebbero a sorpresa anche quelli dell’area insegnamento e formazione.

Ma tra i lavori del futuro a cui sarebbe bene prepararsi spiccano, naturalmente, quelli in ambito tecnologico e digitale. Secondo i dati Eurostat sull’occupazione oggi tra le prime 5 professioni “introvabili”, 3 sono legate all’area Ict: si tratta dei tecnici programmatori, gli analisti e progettisti di software e i tecnici esperti di applicazioni. Secondo un’indagine della società di consulenza The European House – Ambrosetti, saranno ben 135mila le posizioni vacanti nell’Ict entro il 2020.

 

Anche le scuole primarie e secondarie possono fare la differenza

Quando si parla di studi utili per il futuro si tende a dimenticare che un buon punto di partenza è offerto dalle scuole primarie e secondarie. Scegliere istituti che abbiano un’offerta al passo coi tempi, che puntino su nuove forme di apprendimento e che siano capaci di mescolare cultura umanistica e innovazione risulta infatti fondamentale per accompagnare i bambini e gli adolescenti in un mondo accelerato e in continuo cambiamento.

Per dirla con Riccardo Donadon – fondatore dell’incubatore H-Farm che dalle startup e dall’innovazione per le aziende ora è passata alla formazione di studenti fra i 6 e i 17 anni, «la scuola deve essere divertente. Se tutto cambia, l’unica è divertirsi a imparare. Imparare in forma continua. Puntando sulla tecnologia e allo stesso tempo sulla parte umanistica».

 

Tra i lavori del futuro a cui sarebbe bene prepararsi spiccano quelli in ambito tecnologico e digitale

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Non solo studio: le esperienze all’estero, i tirocini e le cosiddette soft skill

Un accorgimento per i professionisti di domani: studiare sì, ma non solo. Secondo l’ultimo Rapporto del Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati, infatti, fare un’esperienza di studio all’estero, aver lavorato durante gli studi o aver svolto un tirocinio curricolare aumenta le possibilità di trovare un’occupazione a un anno dalla conclusione degli studi. In particolare, secondo AlmaLaurea, chi ha trascorso un periodo all’estero aumenta le proprie chance del 14,0%, mentre i tirocini e il lavoro extracurricolare contribuiscono alla buona riuscita della ricerca lavorativa rispettivamente per il 20,6% e il 53,0%.

In un mondo sempre più globalizzato e connesso, l’altro asso nella manica è costituito dalle lingue straniere. L’inglese, la cui ottima conoscenza è già praticamente obbligatoria, dovrà in futuro essere affiancato da una seconda lingua europea (preferibilmente tedesco o francese), mentre tra le lingue da studiare più complesse russo, cinese e arabo rimangono le più richieste per l’apertura ai mercati stranieri. Last but not least, una notevole spinta la danno le cosiddette soft skill, ossia tutte quelle abilità – quali flessibilità, adattabilità, pensiero creativo, doti comunicative e relazionali – che non si apprendono tra i banchi, ma muovendosi nel mondo.

 

La rivincita della filosofia

In un mondo incerto e in continuo cambiamento dovranno ricredersi quanti hanno sconsigliato studi umanistici perché “inutili”. Sono infatti sempre di più le aziende e i gruppi che valutano positivamente le candidature accompagnante da una solida cultura classico-letteraria. Prima tra tutte in questo campo la filosofia, regina indiscussa delle materie umanistiche. Che la filosofia aiuti a muoversi nell’incertezza rinvenendo a ogni passo strade alternative e inesplorate non è certo un mistero. Lo sa bene Carlo Tunoli – direttore di Fabrica, il centro di ricerca per la comunicazione fondato a Treviso da Luciano Benetton e Oliviero Toscani – che afferma: «la parte tecnico-scientifica ha un ruolo di grande impatto, ma io non sottovaluterei la filosofia. Apre la mente e ti prepara all’inaspettato». L’esempio più noto dell’importanza della filosofia anche in ruoli di responsabilità resta Sergio Marchionne, il manager filosofo recentemente scomparso che ha saputo guidare un’azienda tenendo insieme obiettivi specifici e visione d’insieme.

 

Nel dubbio, studiare (con passione) resta la scelta migliore.

Se è l’inaspettato ciò che attende i nostri figli nel futuro, resta tuttavia vero che laurearsi conviene sempre. Più aumenta il livello del titolo di studio, infatti, più diminuisce il rischio di restare senza occupazione. Secondo AlmaLaurea, il tasso di occupazione della fascia d’età 20-64 è del 78,3% tra i laureati, contro il 65,5% di chi ha solo il diploma. Il titolo di studio ha un peso notevole anche in termini di guadagno. Nel 2013 un laureato guadagnava in Italia il 41,2% in più di un diplomato alla scuola secondaria superiore, mentre all’estero il divario era ancora più evidente se si considerano ad esempio Germania (66,3%), Francia (54,4%) e Gran Bretagna (53,0%).

Come spesso accade quando si tentano pronostici e previsioni future, il margine di errore dovuto all’incertezza delle condizioni che si verificheranno resta alto. Che conclusione trarne e, dunque, che consigli dare ai nostri figli? Se è vero che vi sono studi che, più di altri, possono assicurare un futuro più certo e redditizio, è anche vero che senza passione e interesse difficilmente si raggiungeranno risultati felici. Laddove c’è un autentico talento e una viva spinta motivazionale, invece, c’è grande spazio per la realizzazione personale e professionale. Prima di indirizzare i vostri figli, dunque, sedetevi con loro, e ascoltate cosa davvero sognano di fare, ed essere, da grandi.

 

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Sono sempre di più le aziende e i gruppi che valutano positivamente le candidature accompagnante da una solida cultura classico-letteraria.

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