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Grandi si diventa… partecipando

L’importanza della partecipazione per la crescita dei bambini

15 novembre 2018

di Monica Parricchi

Partecipazione a cosa? Perché?

Una delle caratteristiche della crescita è quella di diventare autonomi e capaci di gestirsi, ma anche di essere sempre più collegati agli altri e alle attività che si svolgono negli ambienti di vita: spazi comuni sia privati che pubblici, nei quali si cresce e nei quali si collabora al loro buon funzionamento; iniziative sociali, per la riuscita delle quali è necessaria la collaborazione di tutti e la divisione degli impegni.

La partecipazione alla società ha inizio con la nascita. Vedendo e vivendo le varie attività che ruotano intorno a lui, cercando di entrarci attraverso il gioco simbolico, il gioco delle imitazioni delle attività adulte, il bambino “fa finta di…” ma nello stesso tempo impara a fare, a esserci, a partecipare.

Nella prima infanzia si assiste spesso a scene in cui i bambini hanno interesse e voglia di essere attivi e di intervenire nelle attività o nelle scelte. Dovrebbe essere un’abitudine rivolgersi anche a loro quando si prendono delle decisioni, renderli informati e coinvolti nelle scelte familiari, per sviluppare il loro senso della condivisione. Inoltre la partecipazione migliora le capacità, la sicurezza e l’autostima dei bambini, perché educa alla costruzione dell’io in relazione con altri, e può condurre a risultati importanti sui temi della salute, dell’educazione e della vita familiare.

L’articolo 12 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza afferma che ogni bambino che è capace di formulare opinioni ha diritto ad esprimerle liberamente in tutti gli ambiti che lo riguardano e a queste deve essere dato peso in concordanza con la loro età e maturità.

Iniziando a educare alla partecipazione nella prima infanzia, si creano le condizioni per trasmettere la motivazione ed il desiderio di prendere parte attiva a tutti i contesti sociali in cui si è inseriti, al fine di costruire forme di condivisione degli spazi e delle dinamiche comuni.

Nella società contemporanea purtroppo si assiste sempre più frequentemente a situazioni di bassa partecipazione, sia degli adulti che dei giovani, a contesti sociali che richiedono realizzazione e mantenimento di luoghi o interessi comuni, quali la scuola secondaria, il lavoro condiviso, gli spazi verdi, urbani o di aggregazione sociale, fino alla partecipazione politica. La partecipazione appare in questo senso come l’esperienza sociale dell’appartenenza a una comunità e di un coinvolgimento attivo nelle sue pratiche sociali. Partecipare significa innanzitutto condividere la responsabilità dell’apprendere, contribuire con le conoscenze e le capacità individuali alla crescita della comunità.

Il principio che sta alla base di questo processo è la motivazione: i bambini e i ragazzi possono affrontare e risolvere problemi complessi se sono motivati e se li ritengono “loro”. La partecipazione, il coinvolgimento e la pratica si insegnano in primo luogo con la prassi, graduale e costante, in tutte le età.

La partecipazione migliora le capacità, la sicurezza e l’autostima dei bambini, perché educa alla costruzione dell’io in relazione con altri

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Da bambini a cittadini “attivi”

La condizione di cittadinanza sociale parte dal processo di socializzazione, che porta ciascun individuo a far parte di una società perché da essa ed in essa apprenderà e userà norme, comportamenti, ruoli e istituzioni.

Per essere un buon cittadino e per sviluppare una partecipazione attiva nel senso di responsabilità e di coscienza critica, sono necessari coinvolgimento emotivo, impegno pratico e interesse a imparare dagli altri, generando il concetto di attivarsi a partecipare per un bene comune, a partire dalla prima infanzia.

Si può parlare di un oggetto o di un contesto come “bene comune” quando questo viene considerato dal gruppo come importante e degno di interesse: il bene è pertanto comune non solo perché condiviso da più persone, da istituzioni, servizi, e non solo perché implica una risposta alla domanda di cura e di inclusione che proviene dalle persone, ma perché coinvolge le relazioni, traducendosi in un impegno che è di tutta la comunità.

È molto importante che gli adulti partano dal riconoscimento dei bambini e dei ragazzi come attori, come soggetti dotati di una propria competenza partecipativa: capire la capacità anche dei più piccoli d’età di compiere scelte, di vivere opportunità circa le cose che fanno e di esprimere, con uno o più dei “cento linguaggi” che li caratterizzano, le proprie idee e le proprie culture, frutto delle relazioni tra i pari e delle rielaborazioni e reinterpretazioni di quanto proviene dagli adulti. Sarebbe irrealistico pensare che un individuo possa essere “improvvisamente” un cittadino a 18 anni, senza che vi sia stato prima un adeguato “addestramento” all’esercizio della cittadinanza: la competenza nei processi partecipativi si acquisisce infatti gradualmente, attraverso la pratica,

Insomma: i bambini sono cittadini attivi a pieno titolo e soggetti di diritto, tra cui quello alla partecipazione ai diversi aspetti e ai diversi ambienti che concorrono a formare i quotidiani processi che li coinvolgono. E fin dalla prima infanzia imparano, attraverso forme di educazione implicita, partecipativa o strutturata, a occuparsi e a gestire oggetti e spazi propri, oggetti e spazi condivisi, sia nei contesti formali che informali.

Accrescere la sensibilità per il bene di tutti, formare al bene comune, partecipare e impegnarsi, sono richiami ricorrenti in campo educativo, per promuovere solidarietà e sostenibilità. L’educazione alla cittadinanza attiva, come strategia per il perseguimento del bene comune, deve quindi essere attuata attraverso esperienze che consentano di apprendere ad aver cura di sé, degli altri e dell’ambiente e che promuovano forme di cooperazione e solidarietà; deve mirare a sviluppare conoscenze, abilità, valori e attitudini affinché i bambini crescendo siano in grado di contribuire a un mondo più giusto e pacifico.

 

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È molto importante che gli adulti partano dal riconoscimento dei bambini e dei ragazzi come attori, come soggetti dotati di una propria competenza partecipativa

Monica Parricchi