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La scommessa vincente? È non giocare

Perché videolottery, gratta e vinci e slot machine sono rischiose e diseducative.

di Paolo Martinelli

Fino a qualche anno fa, in primavera, passavamo almeno una domenica all’ippodromo con un gruppo di amici. Fingevamo di essere a inizio secolo: pranzavamo al sole e guardavamo le corse dal terrazzo del ristorante. Eravamo circondati da bambini, che correvano su e giù per gli spalti, volevano essere accompagnati nelle stalle dei cavalli da corsa, accarezzare Varenne e salire sul pony. Certo questi bambini vedevano anche i loro genitori piazzare, scommettere, tifare, ridere ed esultare per una vincita, o imprecare perché sarebbe bastato un soffio, perché c’era mancato tanto così. Ricordo bene il momento in cui Isaia, che forse non aveva ancora compiuto dieci anni, mi chiese di spiegargli un po’ di quel lessico esotico: tris, piazzati, favoriti, trio girate e altri termini da broker con gesso e lavagnetta. Io non ne sapevo molto ma mi lanciai comunque in una spiegazione saccente, come si fa con i bambini quando sono interessati a una cosa da adulti, una roba che non è per loro e nei confronti della quale puoi fingere di essere un grande esperto. Non appena aprii bocca capii il guaio in cui mi ero cacciato. Con quel tono di chi la sa lunga, a metà tra il paternalistico e lo scientifico, non stavo facendo altro che spingere Isaia a desiderare di piazzare una scommessa. C’erano mille altre cose su cui avrei potuto indirizzare la sua attenzione (le razze, la ferratura, l’etologia) e invece no, gli raccontai delle scommesse sul trotto, senza fermarmi a riflettere un momento.

Questo aneddoto mi imbarazza ancora e se mi è tornato alla mente è perché nel piccolo bar di un grande centro commerciale di provincia mi capita spesso di vedere bambini che insieme al padre o alla madre acquistano allegramente biglietti di lotterie istantanee, gratta e vinci o, peggio, assistono alla pratica della videolottery. In fila alla cassa sono tenuto ad ascoltare considerazioni sulla fortuna e sulla sfortuna, sul fatto che l’oroscopo ha influito in maniera negativa sull’esito di un’estrazione o che è proprio il “giorno buono”, cioè un giorno in cui ci sono più possibilità di vincere. Quella che viene proposta a questi bambini è un po’ l’epistemologia del XVI secolo, in cui le cose “girano” grazie a imperscrutabili catene di cause e conseguenze, che spesso hanno origine nelle stelle, sempre che non sia un caro estinto a guidare la scelta del biglietto vincente. Il momento più significativo è quello in cui il bambino gratta un biglietto vincente e l’adulto di riferimento propone immediatamente di investire la vincita in due nuovi biglietti, uno a testa, niente di più democratico.

Dai che è il giorno buono!

 

Credere alle superstizioni

Che questa situazione si verifichi all’ippodromo o in tabaccheria, con il nostro comportamento rischiamo di favorire il radicarsi di una serie di false credenze nel modo di ragionare dei bambini che assistono a questi riti quotidiani. In particolare, ci sono alcuni fattori individuali correlati al comportamento problematico nel gioco d’azzardo giovanile alla base di tutte le conversazioni tra genitore e figlio alle prese con il gioco d’azzardo: credere alle superstizioni, sovrastimare il ruolo dell’abilità personale in un gioco sciocco come la tombola, cadere nella fallacia logica per cui spesso siamo convinti che eventi occorsi nel passato influiscano su eventi futuri anche se ci troviamo nell’ambito di attività completamente governate dal caso. Questa non è materia per soli giocatori professionisti alle prese con l’alternarsi di rosso e nero alla roulette, ma fa parte del background culturale di tutte le famiglie in cui c’è una nonna che attende l’estrazione dei numeri ritardatari al gioco del Lotto. I nipotini che l’accompagnano in ricevitoria – se proprio non vogliamo impedire che questa situazione si verifichi – dovrebbero allora essere pronti a rispondere alle proiezioni superstiziose della nonna con competenza matematica in materia di dati e previsioni. Già nel curricolo della scuola primaria, nei traguardi attesi al termine della classe quinta, è previsto che i nostri studenti debbano dimostrare conoscenze sulla teoria della probabilità in situazioni governate dal caso: sanno ad esempio che se il numero 7 non viene estratto per tante settimane di seguito, alla prossima occasione avrà le stesse possibilità di essere estratto di cui godono i numeri usciti con una frequenza maggiore (se a ogni estrazione li rimettiamo poi tutti nel loro sacchetto). Alla nonna lo possiamo spiegare con una monetina: se per quattro volte di fila esce il valore “testa”, al quinto lancio il valore “testa” non avrà possibilità minori, ma esattamente le stesse possibilità di palesarsi del valore “croce”. È importante che i bambini lo sappiano spiegare non tanto o non solo perché la nonna debba essere salvata dal tracollo economico, ma esattamente per lo stesso motivo per cui a Pinocchio qualcuno avrebbe dovuto spiegare di non fidarsi del gatto e la volpe, perché le monete non crescono sugli alberi.

Già nel curricolo della scuola primaria è previsto che i nostri studenti debbano dimostrare conoscenze sulla teoria della probabilità in situazioni governate dal caso.

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Se non giochi non vinci?

Uno dei meriti del reportage interattivo l’Italia delle Slot, costruito sui data set rilasciati in formato open data da Aams – Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – è quello di dimostrare come lo slogan “Se non giochi non vinci” sia radicato anch’esso su di un errore logico. Consultando i dati relativi alla piccola cittadina summenzionata scopriamo infatti che nel 2016 i suoi 35.000 abitanti hanno speso 1.500 euro cadauno per il solo tempo passato alle videolottery. Sarebbe interessante che gli insegnanti di matematica degli istituti scolastici che lì hanno sede proponessero agli studenti lo studio della moltiplicazione tra numero di abitanti e spesa media per abitante in videolottery, un calcolo che porta al risultato astronomico di 56 milioni di euro, gettati dalla comunità reale nelle 307 slot machine virtuali presenti negli esercizi commerciali del centro nel solo 2016. Una comunità non meno virtuosa di altre, anzi; visti i parametri del reddito pro capite (poco più di 20.000 euro, un reddito alto), la cifra di 1.500 euro/annui (che resta comunque sbalorditiva), probabilmente incide in modo più lieve sui bilanci famigliari di quanto non avvenga in altri contesti sociali. Resta comunque un fatto incontrovertibile, che dovremmo preoccuparci di raccontare ai nostri figli e ai nostri studenti: l’unico investimento che ci permette di vincere è quello che facciamo nel momento in cui decidiamo di non sperperare soldi nelle macchinette.

 

I giovani e il gioco d’azzardo

A guardare i dati e gli studi citati sulle nuove dipendenze, e considerando che, nonostante ne sia fatto espresso divieto ai minori, quasi il 50% dei ragazzi pratica forme di gioco d’azzardo, sembra necessario individuare un percorso di buone prassi condivise tra scuola, famiglia e pubblica amministrazione, che sia in grado di proteggere gli adolescenti dal fenomeno del gambling patologico. Nel momento in cui la scuola del primo ciclo certifica competenze di cittadinanza è necessario che a monte ci sia un importante lavoro di progettazione e promozione di competenze di consumo, unitamente alle conoscenze sull’utilizzo del denaro e all’abilità di fare stime e proiezioni. L’impegno della famiglia può concretizzarsi nell’astenersi totalmente dal proporre situazioni di gioco d’azzardo in presenza dei figli. Uno studio di Hardoon, Gupta, & Derevensky mette infatti direttamente in correlazione il comportamento di gambling dei genitori con quello dei bambini. Infine le famiglie potrebbero essere molto aiutate dall’amministrazione di una città che non rimane passiva rispetto all’iniziativa del singolo ma si mostra in grado di fissare dei limiti, tracciare dei confini tra mondi che non sono compatibili: quello degli studenti che escono da scuola e quello di chi passa quattro o cinque ore al giorno nella vana speranza che la slot si decida finalmente a restituire ciò che si è mangiata.

Proibire il gioco d’azzardo sortirebbe probabilmente lo stesso effetto paradossale di qualsiasi proibizionismo, ma informare i futuri cittadini sui rischi a cui si va incontro è solo metà del nostro lavoro e limiterà gli effetti di una pratica sempre più diffusa.

 

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Informare i futuri cittadini sui rischi a cui si va incontro limiterà gli effetti di una pratica sempre più diffusa.

Paolo Martinelli