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I lavori del futuro

Come cambia il mercato del lavoro e quali saranno le professioni più diffuse quando saranno adulti i nostri figli.

di Redazione

Negli ultimi anni l’automazione, la tecnologia, la flessibilità del mercato del lavoro hanno fatto sì che il mondo delle professioni attraversasse una trasformazione più accelerata che mai. Tanto che oggi si parla di “quarta rivoluzione industriale”: una nuova era fatta di professionalità basate sullo sviluppo tecnologico. Dietro le opportunità professionali, tuttavia, si celano le preoccupazioni che, quando pensiamo al domani lavorativo dei nostri figli, sono inevitabili. Ecco perché è necessario fare un po’ di chiarezza in questo campo a partire da alcuni studi sui lavori e le professioni dei prossimi anni. Tenendo presente che, anche se è difficile fare delle previsioni certe sui lavori emergenti e sui business del futuro, è comunque possibile analizzare tendenze e sviluppare delle riflessioni di conseguenza.

 

Professioni emergenti

Secondo un’indagine dell’Unione Europea nei prossimi dieci anni in Italia verranno creati circa 135 mila posti di lavoro disponibili nell’ambito delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. In Europa, la cifra si assesterebbe a 750 mila. Le figure lavorative più richieste, in questo tipo di scenario, saranno esperti di intelligenza artificiale, analisti dei big data ed esperti di cyber security.

Una delle ricerche recenti più interessanti è, anche per il metodo utilizzato, quella condotta da LinkedIn, il social network dedicato al mondo del lavoro, e diffusa da Forbes. I dati sono stati infatti ricavati dalle ricerche effettuate dai datori di lavoro negli ultimi cinque anni, e hanno permesso di definire le cinque professioni più richieste nell’immediato futuro. Eccole di seguito:

  • Machine learning engineer. È colui che progetta macchine in grado di apprendere, come le automobili dotate di guida automatica. Si tratta di una figura professionale che ha visto un vero e proprio boom negli ultimi anni, pari a un incremento del 980 %.
  • Data scientist. La persona che elabora i cosiddetti big data, cioè tutte le informazioni fornite dagli utenti attraverso le interazioni con smartphone, social media, siti web, e acquistate dalle aziende per effettuare analisi di mercato. Si tratta di un settore che negli ultimi anni è cresciuto del 650%.
  • Big data developer, professione connessa alla precedente, è quella dello sviluppatore dell’infrastruttura capace di raccogliere i dati da analizzare.
  • Responsabili di sviluppo delle vendite. Sono coloro che, in azienda, si occupano di gestione delle vendite, sviluppo del business, pianificazione finanziaria e dello sviluppo delle start up: competenze per cui si è registrato un aumento dell’impiego pari al 570% in cinque anni.
  • Customer success manager, una figura specializzata nella cura del cliente e della sua soddisfazione prima e dopo l’acquisto, in modo da sviluppare conoscenze che possano essere utilizzate per migliorare il prodotto e rinnovare l’offerta.

 

Posti di lavoro a rischio?

Quando si parla di lavoro del futuro, tuttavia, si parla anche dello spauracchio della disoccupazione, agitato a fronte dell’avanzare dell’automatizzazione e al proliferare di macchine e robot in grado di sostituirsi al lavoro dell’uomo. In realtà sarebbe eccessivo e allarmista sostenere che le professioni attuali scompariranno. È molto più probabile che si evolveranno e si trasformeranno, in un’ottica sempre più orientata al digitale e alle nuove tecnologie.

Il forum economico mondiale che si tiene ogni anno a Davos, in Svizzera, sostiene che entro il 2020 si potrebbero perdere 7,1 milioni di posti di lavoro, maggiormente coinvolti i ruoli amministrativi. I posti più a rischio, da qui al 2030, riguarderebbero i settori in cui la manodopera può facilmente essere sostituita dalle macchine, come l’agricoltura, la pesca, la manifattura e il commercio.

La stessa ricerca svela però come, contemporaneamente, ci sarebbe un incremento nel settore delle tecnologie, della matematica e dell’ingegneria, pari a circa 2 milioni di posti di lavoro. E, oltre a ciò, ci saranno sempre settori in cui continuerà a non essere possibile la sostituzione uomo-macchina: per esempio quelli dell’istruzione, della cura della persona e della salute.

Sarebbe eccessivo e allarmista sostenere che le professioni attuali scompariranno. È molto più probabile che si evolveranno e si trasformeranno.

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La formazione classica

Un altro fattore da tenere presente è che i tipi di professione rese possibili dalle tecnologie digitali sono principalmente due: quelle tecniche e specialistiche, e quelle che invece richiedono doti di pianificazione, rapidità nelle risposte, cooperazione tra le squadre di lavoro e capacità di leadership. Queste ultime costituiscono forse l’aspetto più interessante, perché si tratterebbe di mettere al servizio di un mondo che cambia le competenze classiche della formazione umana: capacità di elaborare dati, indipendenza di giudizio, autonomia gestionale, orientamento alla soluzione dei problemi e alla comunicazione.

Bando dunque ai futuri distopici degni dei migliori romanzi del XX secolo e delle più intriganti serie tv del XXI: a reggere il mondo nei prossimi trent’anni non ci saranno le macchine, ma ancora le persone che le usano.

 

L’invecchiamento della popolazione e il cambiamento climatico e ambientale

Nel delineare un quadro del futuro mercato del lavoro, bisogna tenere presente anche che oltre che dall’avanzamento tecnologico, i cambiamenti sono influenzati da alcune necessità sempre più pressanti che il mondo intero si trova a dover affrontare.

L’invecchiamento progressivo della popolazione, per esempio farà sì che siano sempre più richieste le figure professionali capaci di prendersi cura degli anziani, che oggi in Italia sono il 22,3% del totale (persone che hanno più di sessantacinque anni), e che sono destinati ad aumentare.

Il riscaldamento globale, poi, porta l’attenzione sullo sviluppo di un’economia a basse emissioni, che richiede competenze nuove e specifiche e che genererà nuovi posti di lavoro in tutti i settori economici. Si chiamano “lavori verdi” (green jobs) e li contraddistingue l’attenzione verso lo spreco e la quantità di rifiuti prodotti, l’inquinamento, l’impatto ambientale delle imprese, l’efficienza energetica, il riciclaggio di rifiuti, la sostenibilità dei trasporti, e l’utilizzo di nuove tecnologie per quanto riguarda l’estrazione mineraria e la costruzione e gestione degli edifici.

Infine, ci sono i lavori nuovi “per pochi”, che non consigliamo di tenere come obiettivo, considerando quanto siano basse e fortuite le possibilità di farcela in questi campi, ma che per completezza non possiamo non citare: per esempio quelli nati con l’esplosione del “content sharing”, come il blogger o lo youtuber, lavori che stanno a metà tra intrattenimento e informazione.

 

Un futuro a due velocità

Che conclusione traiamo dunque, da questo scenario? Sicuramente, ciò che ci spaventa di più se pensiamo al futuro è che la crescente automazione e la diffusione di robot in grado di sostituire il lavoro dell’uomo possano comportare la perdita di molti posti di lavoro e quindi un diffuso aumento della disoccupazione. Il che è parzialmente vero, ma è anche vero che le nuove tecnologie richiedono nuove competenze, e quindi nuove figure lavorative, perché è comunque impensabile l’esistenza di macchine che lavorino senza la progettazione, il controllo e la gestione da parte dell’uomo. Inoltre, è risaputo che è l’immobilismo a creare disoccupazione, mentre il progresso e le innovazioni sono il motore di nuove occupazioni.

Occorre tenere presente, infine, che il mercato del lavoro e quello della tecnologia viaggiano a due velocità diverse: le tecnologie colpiscono negativamente il mercato del lavoro in tempi brevi, mentre fanno emergere nuove possibilità sul lungo periodo. È il tempo necessario per creare nuovi mercati, trasferire risorse da un settore all’altro, sviluppare le conoscenze necessarie, investire nella formazione.

Le tecnologie colpiscono negativamente il mercato del lavoro in tempi brevi, mentre fanno emergere nuove possibilità sul lungo periodo.

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